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 Rassegna stampa
 PIL E RICCHEZZA: L'ANALISI DI PAOLO VIGNANDO
 Area di attività: Tributario
Linea Quotidiano
Prodotto interno lordo è un criterio di misurazione insufficiente: la ricchezza non è solo monetaria

La questione della misurazione della ricchezza di uno Stato affonda le sue radici nella “missione impossibile” affidata nell’agosto del 2000 da Guy Hascoet, a quel tempo Sottosegretario per l’economia solidale del Governo francese, a Patrick Viveret: ripensare a ciò che rappresenta un valore per gli uomini e proporre nuovi criteri per la misurazione di tale valore da utilizzare per l’organizzazione di un nuovo sistema di contabilità nazionale. L’intento era quello di superare i limiti del PIL quale criterio principale di misurazione della ricchezza delle Nazioni e delle sue variazioni su base annuale. Il PIL, infatti, è un misuratore spurio, in quanto tiene conto delle sole manifestazioni di ricchezza che hanno manifestazione monetaria, e di natura eminentemente quantitativa essendo non idoneo a misurare gli effetti qualitativi delle politiche economiche; ne è esempio tipico il fatto che il disboscamento di una foresta per far posto a coltivazioni estensive comporta un incremento del PIL anche se, quale effetto collaterale (esternalità negative nel gergo degli economisti), comporta un peggioramento del benessere collettivo e non tiene conto della sostenibilità a lungo termine dell’azione intrapresa. I parametri fondamentali intorno ai quali tentare di costruire un nuovo criterio di misurazione, tendenti a sfatare il mito di insostituibilità del PIL, sono stati elaborati attraverso ripetute raffinazioni a partire dal lavoro di Viveret, passando attraverso il pensiero di Amartya Sen, le analisi a livello OCSE (progetto Going for Growth) ed ONU (mediante l’elaborazione dello Human Develpment Index, che tiene conto della speranza di vita alla nascita, del livello di istruzione e del reddito pro-capite a parità di potere d’acquisto). Tali nuovi parametri includono nell’analisi anche elementi qualitativi in modo da misurare l’impatto delle politiche economiche in termini di (i) aggravio delle disparità, (ii) di variazione del benessere effettivo (e percepito) della collettività e (iii) della loro sostenibilità ambientale e sociale. Quel che oramai appare chiaro a tutti – anche ai non addetti ai lavori - è che una variazione del PIL non è più sufficiente a riflettere il livello di benessere economico di uno Stato. Cercare un diverso criterio di misurazione non deve risolversi, però, nel tentativo (vano, a mio avviso) di creare una sorta di super-indice; ciò di cui c’è bisogno per superare la “dittatura” de PIL è di accompagnarlo con una serie di altri indicatori che tengano conto dei tre parametri sopra indicati misurando il contributo alla crescita economica offerta dalle famiglie, dal settore no profit, dalla pubblica amministrazione. La PA, infatti, è misurata solo in termini di costi sostenuti (quantità) e non risultati e di efficienza dei servizi da essa prestati (qualità). Ciò finisce per sottostimare il suo effettivo contributo in caso di servizi efficienti e di sovrastimarlo in caso di servizi inefficienti che, quindi, rappresentano una contrazione implicita (e non misurata) del PIL. In ogni caso, tra la concezione classica che si fonda sul PIL ed il pensiero seniano – cosi’ come ripreso nei lavori della Commissione Stiglitz-Sen-Fitoussi insediata dal Presidente francese Sarkozy e che ha concluso i suoi lavori lo scorso autunno –, sembra farsi strada un terzo approccio secondo il quale la misurazione deve tener conto anche del patrimonio accumulato dall’economia della singola nazione e che costituisce la base per la creazione di nuovo reddito nazionale, in parte misurato dal PIL ma in parte sconosciuto a quest’ultimo a causa della sua inidoneità a misurarlo. Nell’ambito di tale stock patrimoniale uno spazio rilevante deve essere riconosciuto al patrimonio storio-artistico: è quanto propone il ministro Tremonti.

Paolo Vignando
p.vignando@macchi-gangemi.com
http://www.lineaquotidiano.net/node/9370
 
     
   
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